Febbraio 2003 - la navetta spaziale Columbia esplode in volo

 


La navicella della Nasa Columbia, nello Spazio dal 16 gennaio 2003 , è esplosa
sabato 1 febbraio verso le 15 ora italiana mentre rientrava dalla missione.
A bordo c'erano 7 persone tra le quali il primo astronauta israeliano.
Durante il decollo era stata notata la perdita di alcune piastrelle di protezione
che avrebbero dovuto proteggere la navicella spaziale dal calore provocato
dall'impatto con l'atmosfera durante l'atterraggio.
Una coincidenza: piovuti rottami sul Texas in una località chiamata Palestine.


«Lo Shuttle aveva un assetto sbagliato»


Gli ultimi 7 minuti: prima un aumento di temperatura, poi un errore nell’angolazione
che non si è riusciti a correggere.

-NEW YORK-

E’ chiuso in un intervallo di sette minuti il mistero sul disastro del Columbia.
Sette minuti terribili per la grande sala controllo della Nasa di Houston.
Alle 14.53 ora italiana arriva il primo segnale: i sensori sull’ala sinistra indicano una
temperatura troppo alta.
Dieci, quindici gradi più del previsto.
I tecnici si stanno ancora chiedendo quale sia l’errore, se si tratti di un guasto delle
sonde o se ci sia un reale pericolo, quando arriva un secondo allarme:
anche sul lato sinistro della fusoliera c’è un riscaldamento imprevisto.
Ma l’emergenza vera scatta alle 14.58: c’è una resistenza troppo forte sull’ala sinistra.
Un problema gravissimo: se lo shuttle non rispetta l’angolazione programmata, può offrire
all’impatto dell’atmosfera una zona non protetta dallo scudo termico.
Con il rischio che il muro di calore a 1600 gradi disintegri la struttura.
Da Houston cercano di correggere l’assetto.
Invano. Alle 14.59 con terrore si rendono conto che la manovra non ha effetto:
la navetta sta affrontando il rientro in una posizione sbagliata.
Un minuto dopo il silenzio, che annuncia la tragedia.

-IL BUCO-

L’equipaggio non si è mai allarmato.
O almeno così dicono nella conferenza stampa della Nasa.
Che insiste: nessuno dei difetti segnalati in quei sette minuti era tale da determinare
la distruzione.
«I sistemi di bordo sono progettati per correggere queste anomalie.
Anche se non si erano mai presentate tutte insieme e contemporaneamente».
Ieri sono stati decifrati i dati raccolti dai computer sui sette minuti finali:
resta un «buco» di 32 secondi, gli ultimi decisivi istanti registrati in modo disturbato
dagli strumenti.
Che si spera di poter ancora decodificare.

-IPOTESI -

E’ significativo, però, che i problemi si siano verificati nell’ala sinistra:
quella che durante il lancio era stata colpita da un frammento del razzo ausiliario.
Alla vigilia del disastro i funzionari della Nasa avevano sollevato il sospetto che quell’ala
fosse stata danneggiata, ma avevano rassicurato che «non c’è motivo di preoccuparsi».
«Rianalizzando il problema - ha spiegato ieri Ron Dittemore, manager del programma shuttle -,
potrebbe esserci un legame.
Ma è importante procedere con cautela perché in questo mestiere ci sono troppe cose che
assomigliano a una pistola fumante ma non lo sono affatto».
I primi sospetti si sono concentrati sulle 20 mila mattonelle che compongono lo «scudo termico»:
la protezione sulla zona inferiore, che deve garantire la sopravvivenza durante l’impatto con
l’atmosfera. Elementi già nel mirino degli esperti nel 1980, sei anni prima della tragedia
del Challenger, quando in un articolo sul Washington Monthly Gregg Easterbrook metteva in guardia
dai «rischi potenzialmente letali» di quelle piastrelle.
«Sono così fragili che non le puoi toccare senza mandarle in frantumi, non hanno rete di sicurezza.
Se falliscono, lo shuttle brucia al rientro».

-SENZA ALTERNATIVE-

Anche volendo, i responsabili della missione non erano in grado di risolvere eventuali problemi
strutturali esterni.
L’équipe dello shuttle non era in grado di effettuare né la passeggiata spaziale per riparare o
controllare lo scudo termico né l’aggancio all’Iss (la stazione spaziale internazionale orbitante),
il Columbia è l’unico dei quattro shuttle che non può eseguire la manovra.
Il Columbia, inoltre, non ha a bordo il braccio robotico e quindi gli astronauti non potevano usare
la macchina fotografica per ispezionare possibili danni.
La Nasa esclude che l’età del velivolo sia uno dei fattori in quanto «lo shuttle è stato mantenuto
come nuovo».
Ma secondo l’ex ingegnere della Nasa Seymour Himmel «la cosa che ci preoccupava di più era proprio
l’età della bestia: tutto si consuma - spiega Himmel - anche se le rughe spesso sono invisibili».
La risposta potrebbe venire da un gigantesco hangar della base di Barksdale dove si tenterà di ricostruire
il Columbia assemblando tutti i frammenti che verranno recuperati.




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